Bodø vs Bari, esordio in Champions League

Dove finiscono i binari è uno dei racconti contenuti in Tu stiv a Bari – Cittadell'?, l'ultimo libro di Cristiano Carriero. È l'unica storia completamente immaginaria del volume: un viaggio nel 2030 che racconta il primo storico esordio del Bari in Champions League, sul campo del Bodø/Glimt, oltre il Circolo Polare Artico. Più che una partita, è un racconto sul diritto di sognare, sull'amicizia e su ciò che significa essere tifosi anche quando la realtà sembra impedirti di immaginare un futuro diverso.

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Premessa di uPallon

Ci sono storie che raccontano una partita. E poi ce ne sono altre che raccontano cosa significa aspettarla per una vita intera.
Quando abbiamo immaginato U Pallon, volevamo che fosse anche questo: un luogo dove il Bari non fosse soltanto cronaca, risultati o calciomercato, ma memoria, identità, cultura e immaginazione.
Per questo siamo felici che Cristiano Carriero abbia scelto di condividere con noi uno dei racconti del suo ultimo libro,Tu stiv a Bari – Cittadell’?.
Il volume raccoglie trenta storie dedicate al Bari e una trentunesima che non appartiene alla storia, ma al desiderio. È il racconto dell’esordio europeo che il Bari non ha mai vissuto. Un viaggio immaginario che parte da una domanda semplice:e se quel giorno arrivasse davvero?
Non è un esercizio di nostalgia e nemmeno un tentativo di fuggire dalla realtà. È il contrario. È un invito a ricordare che il calcio vive anche di sogni, perché una delle cose più difficili da accettare, per un tifoso, non è perdere. È smettere di poter immaginare.
Cristiano accompagna il lettore fino a Bodø, oltre il Circolo Polare Artico, dove finiscono i binari della ferrovia e, forse, ricominciano quelli dell’immaginazione. Da lì prende vita un racconto che parla di Champions League, di amicizia, di promesse mantenute e di quel filo invisibile che continua a unire i baresi, ovunque si trovino nel mondo.
Prima di iniziare, c’è solo una cosa da fare: dimenticare, per qualche minuto, la realtà. E concedersi il lusso di sognare. Perché, in fondo, è da lì che cominciano tutte le storie più belle.

Capitolo 31
Dove finiscono i binari
12 settembre 2030 | Bodø vs Bari, esordio in Champions League

«Avevi detto che saremmo andati ovunque – la voce di Fra è un misto di affanno ed eccitazione, non lo sentivo così accelerato dall’ultima volta che si era innamorato – , e ovunque è arrivato. È la prima del Bari in Europa, non c’è distanza che tenga».

«Ho capito fra, sto solo cercando di capire come arrivarci e quanti giorni di ferie prendere a lavoro».

«Quali ferie, ma non sei un imprenditore? Abbiamo lavorato una vita per poterci permettere questo momento! Adesso ce lo godiamo tutto, mi voglio assaporare tutta la trasferta!».

«Veramente abbiamo lavorato una vita per avere una stabilità economica per noi e per la nostra famiglia, non per spendere duemila euro per una partita di calcio». Nel frattempo Fra mi manda screenshot di improbabili tratte aeree, di hotel cercati su Booking, link di tour accessori…”

«Cosa mi stai mandando? Le Lofoten?» gli dico mentre apro i suoi link.

La devo smettere di distrarmi mentre parlo al telefono. Ma è più forte di me.

Ci sono terre appartate, a tratti inesplorate, che sembrano volerci fare da specchio. Attraverso i loro silenzi, vediamo meglio dentro noi stessi– la descrizione di questo tour è decisamente accattivante –,percepiamo finalmente la nostra vera essenza. Le onde del mare, cupe, gelide, ci circondano misteriose, nelle loro tempeste.

«Ma non possiamo andare a Liverpool? Alla seconda giornata fuori casa? Cioè, vuoi mettere Anfield, il sogno di una vita?» provo a convincere Fra mentre continuo a leggere, incantato.

Le vette aguzze sfiorano il cielo. Ogni cosa sembra troppo grande per noi in quella terra lontana da tutto. La montagna, padre del mondo, si impone. Svetta sul territorio circostante, lo domina. Un posto così esiste. Sono le isole Lofoten.

«Noi andiamo anche a Liverpool, semmai. Ma sono trent’anni che ci facciamo questa promessa. L’hai dimenticata?», Fra mi riporta alla realtà, mi fa chiudere il link, immediatamente.

«La verità è che l’ho dimenticata, sì. Non ci credevo più. Ma è bello che ci sia tu a ricordarmelo».

«Brav’. Allora lascia stare il lavoro, i soldi, gli impegni e tutte le cazzate. Andiamo a Bodø».

«Andiamo a Bodø», ripeto. Ha sempre avuto questo potere su di me, fra. Riuscirebbe a convincermi ad andare in capo al mondo. E in questo caso, il capo del mondo è davvero vicino. Almeno quello del nord. Bodø, Norvegia. Un traghetto per le isole Lofoten, l’ultima stazione prima di Capo nord, poi solo curve e alci che attraversano la strada. Il ricordo dell’Interrail di trent’anni prima, quando lì finì il nostro viaggio, perché da lì non c’erano

più treni.

«Io ci arrivo a Capo Nord, a ogni costo» aveva detto Fra.

«Non ce la faremo mai con i tempi, Fra».

«Ma che dici, sei pazzo?» aveva risposto.

«Nemmeno se avessimo il volo di ritorno fra una settimana, Fra. Ci vogliono dieci giorni solo per arrivare a Honningsvåg da qui, senza treni».

Tutto si compiva. Il Bari che gioca la sua prima partita in Europa. E lo fa in Champions League, non troppo distante dal circolo polare artico.

Saremmo arrivati in capo al mondo. E in capo al mondo andiamo.

I calciatori del Bodø potrebbero arrivare allo stadio a piedi, ma l’UEFA vuole che si spostino in pullman come gli avversari, anche se il tragitto dal centro sportivo è di 200 metri e si impiegano tre minuti. È una regola uguale per tutti, applicata però in un posto che uguale non è. Lo stadio del Bodø/Glimt è piccolo, il prato sintetico è duro, il buio arriva presto e il vento se ne va per conto suo. Chi da anni gioca qui ha imparato a dosare il fiato e a leggere i rimbalzi della palla. Sono diventati bravi a convivere con una luce che non è mai piena. Chi arriva da fuori, invece, deve prima capire dove si trova. Spesso non ne ha il tempo. Quando apre gli occhi è già sotto di un paio di gol. Mourinho è venuto a prenderne sei con la Roma, Guardiola con il City ne ha subiti tre. Il Bodø ha fatto del clima un pezzo di cultura sportiva, un modo di allenarsi e di scegliere giocatori. Ha trasformato l’ostilità della natura in un metodo, e quel metodo in identità. Come la Bolivia, che ha fatto dell’altitudine una necessità, e in entrambi i casi chi arriva da fuori tende a invocare un campo neutro, una temperatura neutra, una realtà neutra. Eppure lo sport non è mai stato neutro. Ha sempre conosciuto vantaggi concessi dalla natura. forse è anche per questo che certi luoghi, certi stadi, restano impressi più di altri. Ci obbligano a fare i conti con noi stessi, con l’idea di scoprire quanta voglia abbiamo di adattarci. All’Aspmyra Stadion non si “va in trasferta”: si attraversa un confine.

Il giorno della partita io e Fra andiamo a fare un giro in città. Pensiamo di essere eroi venuti da lontano, ci ritroviamo in un tripudio biancorosso. Si parla barese, nel centro di Bodø. Chi è venuto dalla Puglia, chi da Milano, chi dalla Germania. Un gruppo arrivava dall’America, una famiglia di Manchester ha due figli che indossano le maglie di Protti e Tovalieri, nessuno di loro conosce l’italiano. non hanno mai vissuto a Bari, ci sono venuti ogni tanto d’estate da piccoli, poi crescendo hanno preferito altre mete. Ma il tifo, be’ il tifo è rimasto. Hanno aspettato questo momento da quando erano bambini, quando a scuola tra City e United rispondevano «Bari», e i loro compagni non capivano. Si beve birra insieme ai tifosi del Bodø, si parla un inglese stentato, ma a mano a mano che si va avanti con le pinte ci si capisce sempre di più. È ciò che accade a chi perde l’inibizione. Ci si abbraccia, si scherza, si mostrano foto di Bari ai norvegesi, si mischiano gli allievi – come ha fatto il pesce crudo a viaggiare da Bari non si sa, ma qualcuno è arrivato in camper – al tanfo delloskrei, il merluzzo essiccato. Si compiono gemellaggi in onore del mare, della puzza di pesce, delle citazioni di Checco Zalone che spiega il valore del “Mè” ai norvegesi.

A un certo punto, loro iniziano a cantareTake on Medegli a-ha, noi gli veniamo dietro senza conoscere le parole, fino al ritornello.

Take on me (Take on me) Take me on (Take on me) I’ll be gone In a dayor two…

«Ma sono norvegesi questi?», chiedo a Fra.

«Certo che la tua conoscenza musicale si ferma agli 883, eh?» mi risponde, sarcastico.

Allo stadio ci andiamo i piedi, sono gli stessi norvegesi ad accompagnarci. È qui che ci accorgiamo di essere 12.000 in uno stadio che ne può ospitare poco più della metà. Dodici. Mila. In Norvegia, in un mercoledì di settembre. E tanti sono partiti da Bari consapevoli del fatto che mai sarebbero potuti entrare allo stadio. La polizia norvegese, gentilissima, chiede a chi non ha il biglietto di disporsi in apposite aree al di fuori dello stadio. In previsione dell’esodo, hanno fatto montare quattro maxi schermi su tutto il perimetro. Dico a Fra di entrare.

«Ma mancano tre ore», mi risponde.

«Voglio godermi tutto, anche il sole che cala dietro la nostra curva».

Non era ciò che avevamo sognato. Quando pensavamo alla Champions League, immaginavamo la nostra prima trasferta al Bernabéu, all’Old Trafford o all’Allianz Arena di Monaco. Stadi pieni di storia, cattedrali del calcio europeo. Invece, ci troviamo in un impianto più piccolo di quello di Andria, con l’erba sintetica e il vento che viene dalle Lofoten. Ma quando sentiamo l’inno e urliamo «The Chaaampiooooons» con tutta la forza che abbiamo in corpo e tutta la frustrazione degli anni alle spalle, ci sembra di essere al Maracanã. Non è un gol, non abbiamo vinto, né alzato nessuna coppa. Ma quell’urlo ci basta a giustificare un abbraccio.

Il Mister non entra mai in campo a vedere il riscaldamento dei suoi. Ma è la prima volta anche per lui. Vuole godersi tutto: gli applausi, i cori, i colori, i sorrisi dei bordocampisti. Gente che ha vinto la Champions e che oggi deve commentare la sua squadra. Ripensa a quando aveva accettato di guidare il Bari in Serie C. Quella squadra sfiduciata, un gruppo di carneadi che diede il là a qualcosa di inaspettato. E adesso, la musica è diversa. Ed è quella della Royal Philharmonic Orchestra. Il Bodø ci aggredisce subito, gioca a memoria su quel campo. Il sintetico non perdona, il vento decide da solo, il freddo ti entra nelle ossa e ti fa pensare mezzo secondo in più, e nel calcio quel mezzo secondo è una vita. In quel mezzo secondo, il Bodø/Glimt ti è già addosso, ti ha già rubato la seconda palla, ha già portato la partita dove vuole lui: ritmi alti, coraggio, idee chiare. Ci è immediatamente chiaro che a casa loro è un’impresa, punto. Perché qui non si gioca soltanto contro undici uomini. Si gioca contro un luogo. E certi luoghi, come l’altitudine boliviana, hanno un modo tutto loro di far cadere anche chi si crede invincibile. Ai nostri tremano le gambe, non riescono nemmeno le cose più facili e il fiato, nonostante il riscaldamento, non si spezza.

Nel giro di tre minuti colpiscono un palo e una traversa, vengono fermati da due grandi parate. Poi, alla mezz’ora vanno in vantaggio con un colpo di testa del loro capitano. È lì che i nostri si tolgono di dosso la paura. Cominciano a far girare il pallone, provano a verticalizzare e chiudono nella propria area i gialloneri. Su un calcio d’angolo proprio sotto la nostra curva, sono in tre ad avventarsi su un pallone che viaggia verso il dischetto del rigore. I difensori norvegesi sono dei giganti, ma non si sa come, è uno dei nostri a colpire il pallone. Hai presente cosa succede quando senti subito che il rumore dell’impatto della fronte con il cuoio è quello giusto? Succede che ti alzi, di scatto, e inizi già a esultare. Il resto, francamente non me lo ricordo. Solo lo stadio che ci guarda come alieni.

Questo è il nostro gol. Il primo in Europa. Il primo in Champions. Chi lo abbia segnato è una misera questione da almanacchi. Lo abbiamo fatto tutti noi. Quelli in curva, quelli in tribuna, tutti i baresi fuori dallo stadio. Quelli a casa davanti alla TV, i tifosi che ci sono sempre stati, quelli che c’erano a Bari – Cittadella, gli occasionali, i doppiofedisti, i pentiti. Quelli che dicono «forza Bari», e quelli che rispondono «Sempre». Franco Mancini, Klas Ingesson, Phil Masinga, i nostri idoli morti troppo presto. Ma anche gli incompresi Allbäck e Huseklepp, Madsen e Knudsen, scandinavi accorsi a Bodø per ricordare ai loro connazionali che loro la nostra Bari l’hanno conosciuta. Pensiamo di aver toccato il cielo con un dito.

«Chiudiamoci, teniamo il pareggio» grida Fra ai giocatori. Che sono così vicini, da poterli toccare. Li carichiamo, esultiamo per ogni loro tackle, per ogni pallone respinto lontano dall’area. Gli chiediamo di non mollare, ma con il passare del tempo ci accorgiamo che stiamo bene, che la paura è svanita e adesso siamo noi a comandare il gioco. Sorprendiamo gli scandinavi con il possesso palla, non la buttiamo più via, cerchiamo il dribbling e a quel punto il pensiero ti viene. E se non fossero così pericolosi come sembrano? E se noi non fossimo la vittima sacrificale della partita e della Champions? Perché non provarci adesso che il vento si è placato e il sole è calato, eppure non è così freddo da trasformare l’ostilità della natura in un metodo? All’improvviso quel “giocare contro un luogo” diventa giocare con un luogo. Siamo improvvisamente e inaspettatamente a nostro agio. Mancano pochi minuti, il Bari sembra averne di più, ma rifiata. Guadagniamo una punizione sulla tre quarti, potremmo giocarla vicino, ma optiamo per andare in area di rigore. Con coraggio. In otto contro dieci andiamo a saltare. Il nostro giocatore più alto è il più basso dei loro. Il tempo di pensarci cheElFlacofa partire un passaggio rasoterra. Il Mister indica la traiettoria con il dito, il sintetico bagnato e la follia di un argentino cresciuto nei Carpazi, dove si impara presto ad adattarsi alle avversità della natura, fa il resto e ne viene fuori un fendente che attraversa una selva di gambe e finisce tra i piedi del bomber, che si gira come faceva Igor Protti e insacca alle spalle dell’incredulo portiere norvegese. Noi tratteniamo il fiato, mentre il pallone rotola in rete. Esultiamo in maniera paradossalmente più misurata, come se fossimo convinti che il gol dovesse arrivare da un momento all’altro. Ma l’epifania arriva qualche secondo dopo. Il bomber, lucidissimo, si scrolla i compagni dalle spalle e indica la bandierina con l’indice.

Nessuno di loro ha visto giocare Miguel Guerrero, ma tutti conoscono il trenino. Bodø, stazione di Bodø. È in partenza un treno per l’Europa.

Dopo aver fatto conoscere quell’esultanza a tutta Italia, dopo esserci sbucciati le ginocchia sui campi in terriccio, stavamo mostrando i nostri vagoni al mondo.

Mi giro e vedo Fra piangere. Si commuove, come un bambino. forse perché si ricorda che Bodø era l’ultima stazione, prima di non arrivare a Capo Nord.

E adesso il nostro treno, quello più bello, riparte proprio da qui. Dal posto dove i binari finiscono e i sogni sono appena cominciati.

 

Tu stiv a Bari-Cittadell? E altre storie sulla mia squadra del cuore
di Carriero, Cristiano

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Immagine di Cristiano

SCRITTO DA

Cristiano

Cristiano Carriero è nato a Bari. È giornalista, autore di Che storia La Bari, La Bari siete voi e Tanto non capirai e questo è il suo quarto libro sulla sua squadra del cuore. Chiacchiera di calcio in TV e nei podcast, preferisce le storie alla cronaca. Ha un tatuaggio con il San Nicola sull’avanbraccio sinistro, uno di Igor Protti sul polpaccio e una ferita ancora aperta dall’11 giugno.

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