A casa di Pietro non si è mai discusso su quale squadra tifare.
Da sempre esiste solo il Bari.
È una tradizione che attraversa quattro generazioni e che parte da suo bisnonno, nato nel 1920, il primo a trasmettere questa passione a tutta la famiglia.
Oggi Pietro ha 43 anni, vive a Bitetto e porta avanti quello stesso testimone.
«A casa mia si è sempre tifato solo ed esclusivamente Bari.»
Per lui il Bari non è soltanto novanta minuti di calcio. È una parte fondamentale della sua vita. È il luogo dove sono nate amicizie che durano da oltre venticinque anni.
«Allo stadio sono nate amicizie vere.»
I suoi primi ricordi nitidi risalgono al Bari di Néstor Lorenzo, Gerson e João Paulo, una squadra che ha segnato la sua infanzia e che ha lasciato spazio, pochi anni dopo, all’uomo che ancora oggi considera il simbolo assoluto del Bari.
Igor Protti.Non solo per i gol.
«Uomo ed atleta esemplare. La grinta e la determinazione che ha dimostrato in campo le ha messe in evidenza anche quando ha scoperto di avere il male che ce lo ha tolto troppo presto.»
I ricordi più belli sono due. Il primo arriva nel campionato 2008/09.Albinoleffe-Bari 1-4.Al gol di Stefano Guberti, Pietro scoppia a piangere. Non per il gol in sé. Per quello che quel gol rappresentava.
«Forse era arrivata la consapevolezza che nessuno ci avrebbe più fermato quell’anno.»
L’altro momento speciale è molto più intimo.Bari-Novara 4-1, nel 2014. Quel giorno torna allo stadio insieme a suo padre, assente dagli spalti da diciannove anni.
«Una vittoria nella vittoria.»
Poi arrivano le pagine che cancellerebbe. Il calcioscommesse. I fallimenti. Ferite che, secondo lui, hanno segnato profondamente il rapporto tra la città e la sua squadra.
Oggi si definisce amareggiato, afflitto e deluso. Ma il pensiero corre soprattutto a suo figlio. Perché è lui a non poter vivere quell’entusiasmo che Pietro ha conosciuto. Ed è proprio pensando a lui che arriva la risposta più netta.
«Il Bari è nostro. È dei tifosi.»
Una convinzione che, però, non gli impedisce di prendere una posizione molto dura. Pietro ritiene che oggi l’unico modo per far comprendere la profondità della ferita sia il completo abbandono dello stadio.
«Devono rendersi conto del danno che hanno combinato. Hanno sotterrato l’entusiasmo di un popolo.»
Nonostante tutto, resta.
Per suo figlio.
Per quella storia iniziata con un bisnonno nato nel 1920. E perché certe eredità non si interrompono.
Gli undici del cuore di Pietro
Non necessariamente i più forti, ma quelli che lo hanno emozionato di più.

Questo è Il Bari che resta.
La rubrica di U Pallon dedicata all’unica componente che attraversa presidenti, allenatori, calciatori, categorie e fallimenti senza mai cambiare: i tifosi.
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Bella storia 😍