Basta osservare le immagini che arrivano dal ritiro di Roccaraso per notare un dettaglio che non è passato inosservato ai tifosi. La divisa da allenamento, tradizionalmente proposta in una tonalità di blu scuro, quest’anno presenta invece un azzurro molto più chiaro.
Un cambiamento apparentemente marginale, ma che ha immediatamente acceso il dibattito. Per molti non si tratta soltanto di una scelta estetica: quella tonalità richiama inevitabilmente il Napoli e arriva nel momento peggiore possibile, dopo la retrocessione in Serie C e mentre il rapporto tra la proprietà e la piazza barese è ai minimi storici.
Il blu scuro, del resto, non è mai stato un colore estraneo alla storia del Bari. È stato utilizzato più volte anche per la terza maglia ufficiale, accompagnando il bianco e il rosso senza confondersi con l’identità di un’altra società. L’azzurro mostrato a Roccaraso produce invece un’associazione differente e, considerando la multiproprietà, tutt’altro che difficile da comprendere.
La domanda posta da diversi tifosi è quindi lecita: quanto sta diventando il Bari una sorta di Napoli Under 23 in Serie C?
C’è poi un aspetto che impedisce di liquidare tutto come una semplice coincidenza cromatica. Quella maglia azzurra è il risultato di una lunga sequenza di decisioni: un brief, un concept, un design, una revisione, un’approvazione, un ordine di produzione, il controllo qualità, la consegna, lo shooting fotografico e infine la pubblicazione delle immagini.
In ognuno di questi passaggi qualcuno avrebbe potuto fermarsi e dire: «Forse questa, in questo momento, non è una buona idea per il Bari».
Nessuno lo ha fatto. Oppure qualcuno ha sollevato il problema e si è deciso comunque di andare avanti. In entrambi i casi, il punto non è soltanto il colore scelto, ma la mancanza di sensibilità verso il contesto nel quale quella scelta sarebbe stata presentata.
Naturalmente una divisa da allenamento non può cancellare da sola più di un secolo di storia biancorossa. Ma nel calcio i colori, i simboli e l’identità hanno un peso enorme. E quando una tifoseria vive da anni la sensazione di essere subordinata agli interessi di un altro club, anche una sfumatura può assumere un significato molto più profondo.
Il problema non è sostenere che il Bari giocherà necessariamente in azzurro. Non ci sono elementi per dirlo. Il problema è che la società ha ritenuto opportuno vestire così la squadra proprio mentre una parte crescente della città teme una trasformazione definitiva del Bari in una succursale sportiva del Napoli.
La sensazione è che ogni decisione venga ormai letta attraverso la lente della multiproprietà. Non per un pregiudizio improvviso dei tifosi, ma perché sono state le scelte compiute negli anni ad alimentare questa diffidenza. La retrocessione in Serie C, la perdita di credibilità della gestione e la prospettiva di una squadra costruita senza una reale ambizione rendono impossibile considerare quella divisa soltanto come un prodotto di marketing.
Per alcuni resterà una semplice maglia da allenamento. Per altri è l’ennesimo segnale di una progressiva perdita d’identità. E quando persino il colore scelto per allenarsi ricorda quello della società che controlla il Bari, chiedersi quanto il club stia diventando il Napoli Under 23 non è una provocazione gratuita.
È la conseguenza prevedibile di una scelta che, prima di arrivare sul campo di Roccaraso, ha attraversato molte scrivanie. Senza che nessuno decidesse di fermarla.







































