Paradosso all’italiana: Pirlo no, Masiello sì

La candidatura di Andrea Pirlo alla Nazionale è saltata per il suo rapporto commerciale con un’agenzia di scommesse. Lo stesso sistema, però, ha permesso a chi ha alterato realmente una partita di tornare a giocare. Due vicende diverse che svelano una morale applicata a seconda delle convenienze.

Condividi


Andrea Pirlo non sarà il commissario tecnico della Nazionale italiana. Non perché abbia scommesso su una partita, violato le regole sportive o alterato il risultato di un incontro. La sua candidatura è tramontata dopo le polemiche legate al rapporto commerciale con Fonbet, società russa attiva nel settore delle scommesse.

Pirlo ha spiegato che la collaborazione, sottoscritta mentre lavorava negli Emirati Arabi Uniti, aveva esclusivamente natura commerciale e sportiva. Le opposizioni interne alla Federazione e quelle provenienti dalla politica hanno però reso impraticabile la sua nomina. Il caso ha contribuito anche alle dimissioni di Paolo Maldini e Leonardo, entrati da pochi giorni nella struttura federale e sostenitori della candidatura dell’ex centrocampista.

È da qui che nasce il ragionamento proposto da Michele Criscitiello durante l’ultima puntata dell’Edicola di Sportitalia. Un ragionamento che va oltre Pirlo e riguarda la coerenza dell’intero sistema calcistico italiano.

Il betting fa schifo soltanto quando conviene

Il punto non è stabilire se sia opportuno che il commissario tecnico della Nazionale rappresenti commercialmente un bookmaker russo. Una Federazione può pretendere standard particolarmente rigidi da chi deve rappresentare l’Italia e può considerare inopportuna una determinata sponsorizzazione.

Il problema nasce quando quella severità viene presentata come una battaglia morale contro il mondo delle scommesse.

La stessa FIGC ha inserito nei propri programmi la richiesta di un “diritto alla scommessa”: una percentuale del gettito generato dalle giocate sul calcio da destinare al sistema calcistico. Tra le proposte avanzate negli ultimi anni c’è anche il superamento del divieto di pubblicità e sponsorizzazione imposto agli operatori del betting dal Decreto dignità.

In altre parole, quando il betting deve finanziare infrastrutture, settori giovanili e società, diventa una risorsa economica da rivendicare. Quando una collaborazione commerciale mette in difficoltà una nomina federale, diventa improvvisamente incompatibile con i valori del calcio italiano.

Come sintetizzato da Criscitiello: o il betting rappresenta un problema ideologico e lo si rifiuta sempre, oppure non lo si può condannare mentre si prova contemporaneamente a ottenere una parte dei suoi proventi.

Naturalmente esiste una differenza enorme tra il mercato delle scommesse regolamentate e il calcioscommesse. Tra un contratto pubblicitario e una giocata vietata. Tra il promuovere commercialmente un’azienda e il tentare di modificare ciò che accade sul terreno di gioco.

Ed è proprio questa differenza a rendere ancora più forte il paragone conclusivo con Andrea Masiello.

L’autogol che ha tradito il calcio

Il 15 maggio 2011 si giocò Bari-Lecce. La squadra biancorossa era già retrocessa, mentre il Lecce cercava i punti necessari per rimanere in Serie A. La partita terminò 0-2 e la seconda rete arrivò attraverso un’autorete di Andrea Masiello.

Quell’autogol non fu soltanto un errore tecnico.

Dopo avere inizialmente negato, Masiello ammise davanti agli inquirenti di aver volontariamente indirizzato il pallone nella propria porta per cristallizzare la sconfitta del Bari e ottenere il pagamento che gli era stato promesso. Secondo gli atti dell’inchiesta avrebbe ricevuto 50mila euro. Il giudice per le indagini preliminari Giovanni Abbattista lo indicò come «leader indiscusso e capo carismatico» del gruppo coinvolto nelle combine.

Masiello venne arrestato con l’accusa di associazione per delinquere finalizzata alla frode sportiva e patteggiò davanti alla giustizia ordinaria una pena di un anno e dieci mesi. Sul piano sportivo ricevette inizialmente due anni e due mesi di squalifica, ai quali furono successivamente aggiunti altri tre mesi e quindici giorni per il filone Bari-bis: complessivamente, due anni e cinque mesi lontano dai campi.

Una volta terminata la squalifica tornò a giocare. Prima con l’Atalanta, poi con il Genoa e infine con il Südtirol. È rimasto nel calcio professionistico fino al maggio 2026, quando ha annunciato il ritiro poco prima del playout che avrebbe dovuto disputare proprio contro il Bari.

Il problema non è il ritorno di Masiello

Serve una precisazione fondamentale: Andrea Masiello aveva il diritto di tornare in campo.

Ha affrontato un processo, ha patteggiato una pena, è stato squalificato dalla giustizia sportiva e ha scontato interamente la sanzione. Pretendere che una persona venga esclusa per sempre dal proprio lavoro, anche dopo aver pagato il debito stabilito dalle regole, significherebbe negare qualsiasi possibilità di riabilitazione.

Il problema, dunque, non è il “sì” concesso a Masiello.

Il problema è il “no” pronunciato nei confronti di Pirlo attraverso argomenti morali che la stessa Federazione non applica in maniera uniforme.

Da una parte un uomo che non risulta accusato di avere effettuato scommesse o manipolato gare, ma che intrattiene un rapporto pubblicitario considerato inopportuno. Dall’altra un calciatore che ha ammesso di aver segnato volontariamente un’autorete per denaro, incidendo sulla regolarità di un derby e sulla lotta per la permanenza in Serie A, ma che — dopo la pena — è stato correttamente riaccolto nei campionati organizzati dallo stesso sistema federale.

I casi non sono uguali. Anche le decisioni seguono piani differenti: nel caso di Masiello si applicavano regole e sanzioni; in quello di Pirlo si valuta l’opportunità di affidare il ruolo più rappresentativo del calcio italiano.

Ma se la candidatura di Pirlo viene respinta per proteggere l’immagine e i valori della Nazionale, allora bisogna avere il coraggio di spiegare quali siano davvero questi valori e applicarli con continuità.

Una morale a geometria variabile

Il calcio italiano sembra non avere una linea etica precisa. Ha una linea mobile, che si sposta secondo il momento, il personaggio e la convenienza.

Le scommesse diventano una vergogna quando possono far saltare la nomina di Pirlo, ma rappresentano un mercato dal quale reclamare percentuali quando servono nuovi ricavi. Il passato di un uomo diventa determinante quando bisogna giudicare una sponsorizzazione, mentre può essere considerato superato quando una squalifica è terminata.

Singolarmente, entrambe le posizioni possono avere una logica. Pirlo può essere considerato poco opportuno per il ruolo di commissario tecnico. Masiello poteva legittimamente tornare a giocare dopo aver scontato la pena.

È la loro convivenza senza un criterio chiaro a produrre il paradosso.

Andrea Pirlo non ha alterato una partita. Non ha segnato volontariamente nella propria porta. Non ha venduto un derby. Eppure il suo rapporto commerciale con il mondo del betting è diventato sufficiente per impedirgli di rappresentare la Nazionale.

Masiello, invece, ha potuto continuare a essere un tesserato del calcio italiano per altri undici anni dopo la squalifica.

Pirlo no, Masiello sì.

Non è una questione di perdono. È una questione di coerenza.


Condividi


Immagine di Daniele

SCRITTO DA

Daniele

Un tifoso appassionato di storia, convinto che Bari si possa raccontare anche attraverso il calcio. Perché qui il pallone è popolo, cultura e tradizione, e il patrimonio calcistico della città, tra passato, presente e futuro, è una parte importante della sua identità.

RIFERIMENTI SOCIAL:

LIVE

  le chidde de iosce


Iscriviti
Notificami
guest

0Commenti
Vecchi
Più recentiLe più votate

Bari contro la multiproprietà

senza conferenza stampa della proprietà dopo la retrocessione

SFONDI CHE AMERAI


LE FIRME


Torna in alto